C'era una volta, nella citta' di Baghdad ...

 

 

Splendori dell'antichissima terra che un rozzo texano dei tempi nostri, convinto che la civilta', la scrittura e le leggi siano nate non in Mesopotamia ma in Texas, ha osato definire "gli angoli bui del mondo".
"C'era una volta, nella citta' di Baghdad, un profumiere di nome Abul Hassan. Era un uomo assai ricco, che godeva di grande considerazione tra i suoi concittadini. E al palazzo del Califfo aveva libero accesso" (da "Le mille e una notte")   A Baghdad la storia e la fiaba si incontrano. Il Califfo citato nella storia e' Harun al-Rashid, della dinastia abbaside che regno' davvero tra la fine del 700 e l'inizio dell'800 (dal 785 all'809), in quella che era la citta' piu' grande e prospera del mondo, capitale dell'Islam e capitale delle Notti, citta' d'arte e di cultura.

  "A Baghdad tocco' il culmine quell'arte araba sottile, grafica, quell'architettura fatta di vuoti e volte, quel maneggio fantastico degli oggetti, tappeti, lampade, cuscini, vasi consacrati dalle meraviglie della volatile e magica scrittura araba, tutto cio' che doveva diventare nell'immaginario europeo l'Oriente arabo" (L'infinita trama di Allah, Quiritta).   La citta' dei due fiumi, il Tigri e l'Eufrate, era solcata da moltissimi canali, come Venezia. C'erano 60.000 moschee, piu' di 15.000 hammam (bagni e terme) e sicuramente molte biblioteche. Si assiste, proprio sotto il regno di Harun al-Rashid ad una straordinaria fioritura di studiosi, scienziati, filosofi e poeti. Dall'India vengono fatti venire medici e astronomi, ed e' proprio un astronomo, Fadl ibn Nawbukt, capo bibliotecario del Califfo.   I geografi arabi al seguito dei mercanti e marinai arrivano fino in Cina ed in Europa. Nell'831 gli arabi arrivano in Sicilia, ma collocano sempre l'Iraq e Baghdad al centro della terra: e' l'eta' d'oro della scienza araba.

Verso l'830, il Califfo succeduto ad Harun da' un'organizzazione  a quel momento grandioso, creando a Baghdad la "Casa della Saggezza", una specie di Istituto del Mondo Arabo responsabile delle traduzioni e della ricerca scientifica. Tutti vi accorrono, come un tempo alla biblioteca di Alessandria. Ma Baghdad, col suo milione di abitanti, era anche diventata una formidabile citta' multietnica e multireligiosa.   Non c'era segregazione razziale e non c'era odio verso chi non condivideva la fede in Allah. Le mescolanze erano tali che nessuno poteva vantare la purezza delle origini, persino i califfi potevano essere meticci. I cristiani svolgevano liberamente qualsiasi attivita' e potevano praticare la loro religione; anche gli ebrei avevano costituito a Baghdad una forte comunita', ed alcuni dei suoi membri esercitarono grande influenza alla corte del Califfo.

  Sui tentativi di dialogo tra civilta' e religioni diverse al tempo delle Mille e una notte, una pista sorprendente, all'incrocio tra fiaba e storia, e' quella dei rapporti tra il califfo musulmano, Harun al-Rashid, e l'imperatore cristiano Carlo Magno.   I due grandi sovrani si scambiarono ambascerie e doni preziosi, negli anni in cui l'Europa nasceva come stato cristiano unitario, e fioriva in Oriente il califfato musulmano, l'epoca d'oro della scienza araba.   Nel 797 Carlo Magno invia in Oriente, presso Harun, califfo di Baghdad, una delegazione con tre ambasciatori. Nell'801 Carlo Magno e' a Pavia, nel vecchio palazzo dei re longobardi, quando gli viene annunciato che sono approdati a Pisa due legati del califfo di Baghdad, al quale gli annali franchi assegnano il titolo di "principe dei credenti". I due annunciano che l'unico superstite dell'ambasceria e' sulla via del ritorno, con grandi doni, tra i quali un elefante. E in ottobre questi sbarca a Portovenere, nel golfo della Spezia, con l'ingombrante dono, ma l'inverno e' imminente, le Alpi sono coperte di neve, e decide di passare alcuni mesi a Vercelli.   Solo nel luglio dell'802, l'impaziente Carlo puo' finalmente accoglierlo nella sua reggia di Aquisgrana e posare il suo sguardo imperiale sui tanto attesi doni del califfo. Ma soprattutto l'elefante desto' grande meraviglia in tutta la corte. La potenza temperata dalla saggezza e la religiosita', simboli di questo animale, danno l'idea della "qualita" del dono del Califfo. Un dono non soltanto sorprendente ed eccentrico, ma rappresentativo delle aspirazioni e dei tentativi di dialogo, anche religioso, tra le due potenze di quel tempo.

  Naturalmente dietro le ambascerie e gli scambi di doni, che proseguirono anche negli anni successivi, c'erano anche obiettivi piu' precisi. Per esempio, la protezione dei pellegrini occidentali che si recavano in Terra Santa. In quel periodo, per disattenzione o scarsa efficienza delle autorita' musulmane, questi erano particolarmente esposti agli attacchi dei beduini nomadi.   Si era dunque in presenza di una singolare tolleranza (singolare ai nostri occhi moderni, abituati a vedere inasprirsi ogni differenza di fede religiosa) da parte dei sovrani musulmani rispetto alle minoranze cristiane. Si attribuisce al figlio del Califfo, successore di Harun al-Rashid, l'affermazione che chiunque lavori per i progressi della ragione, e' un eletto di Allah. Un esempio di illuminismo antelitteram.

  L'immagine favolosa del regno del califfo Harun deve molto, per contrasto, alla decadenza che, qualche decennio dopo la sua morte, colpi' la dinastia dei califfi fino alla distruzione di Baghdad ad opera dei mongoli avvenuta nel 1258.

Di Harun, l'onnipotente, l'onnipresente, sappiamo tutto. Harun non sopporta il proprio potere, e' torturato continuamente dall'insonnia, oppresso dalla malinconia. Allora si maschera, mago dei travestimenti: da derviscio, da mercante, da pescatore, da buffone. E va in giro di notte per le strade della sua citta', per ascoltare e conoscere la sua gente.

E' lui l'altro centro solare delle Notti: prototipo del flaneur, il califfo si aggira per le vie di una Baghdad che non conosce con il fiuto di un detective, ma anche con l'autorevolezza del sovrano.

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tratto da "La Stampa", 15 marzo 2003