Didattica della Geografia
Scienze della Formazione Primaria - indirizzo: Scuola dell'Infanzia
Libera Università di Bolzano -- Sede di Bressanone

a.a. 2012-2013

Docente: Franco Zavatti

Bibliografia         Indice         Indice Analitico
1. La Terra come ambiente circostante
1.1  La montagna
1.2  Posizione geograf.
1.2  Cartografia
1.3  Forma
1.4  Dimensioni
1.5  Descrizione
1.6  Orto
1.7  Ambiente umano
L'Olocene e l'avventura umana
Tavole I.a parte
2. La Terra come un tutto
 
 
 
 
 
 
 
 
 
3. Il Cielo
 
 
 
 
 
 
 
 
 
4. Le Costellazioni
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Convertitore di temperature  

1. La Terra come ambiente circostante

Parliamo in questo caso dell'ambiente che ha come centro il bambino, che cambia seguendo i suoi movimenti, che non esiste al di là della sua percezione: cercheremo inoltre, durante lo svolgimento di questa parte, di capire se e quanto il bambino è in grado di descrivere un ambiente diverso, visitato in un passato più o meno remoto.
Cominciamo però con il paesaggio più familiare in relazione al luogo in cui il bambino vive. L'Alto Adige si presta ovviamente allo "studio" della montagna.

La montagna

Parleremo della montagna come di un oggetto del quale daremo una descrizione di tipo "fisico", introducendo con parsimonia la sua interazione con l'uomo e con le attività umane (ricordando sempre l'apprendimento "totale" dei bambini).
Dopo una discussione quasi libera sulla montagna, durante la quale i bambini esprimeranno le loro preferenze sugli argomenti che saranno trattati successivamente, l'insegnante proporrà una descrizione di ciò che si vede dalle finestre della scuola e nel corso di una passeggiata.

Lo scopo è quello di giungere alla consapevolezza del mondo attorno al bambino e ad un maggiore radicamento dei concetti vicino-lontano, alto-basso, grande-piccolo.

L'Alto Adige, quasi totalmente immerso nei monti, rappresenta una varietà di situazioni che, almeno all'inizio, dovrebbe essere limitata per non generare troppa confusione: eviterei di parlare di tipi di alberi in funzione dell'altezza, di tipi e colori di rocce, di flora in dettaglio.
In un momento successivo l'insegnante proporrà la scelta di una montagna come oggetto di "studio", magari durante una passeggiata all'esterno e, nei limiti del possibile, seguendo le inclinazioni della classe.
Se la montagna scelta ha un nome, la maestra lo comunicherà ai bambini, proponendo poi di scegliere un nome diverso e più vicino al loro modo di sentire, in modo che diventi "la nostra montagna".

Qualcosa tipo "la montagna Giuseppina" oppure la "montagna dei cervi". Ricordo, in una materna di qualche anno fa, la reciproca offesa mortale: "brutto coniglio che mangia le carote", per cui il nome potrebbe essere davvero qualunque! Vedere anche questo articolo del 2009.

Se il monte non ha un nome, oppure il suo nome non è noto all'insegnante, la proposta di attribuirgli un nome "privato" dovrebbe essere fatta a maggior ragione.
Questo passaggio è importante. Infatti (Giorda,2006,pag.30) "la denominazione (l'atto di assegnare dei nomi che delimitano confini, distinguono regioni, assegnano valori, significati e funzioni) è una forma di presa di possesso, attraverso la simbolizzazione, dello spazio: il suo controllo cognitivo attraverso il linguaggio. Sappiamo bene, oggi, come questa presa di possesso simbolica sia indispensabile all'uomo per potersi orientare fisicamente ma anche per pensare il luogo in termini progettuali, cioè per trasformarlo".

Forse è importante indagare sulle motivazioni che portano alla scelta di una montagna e del suo nome, ma questo esula dagli scopi di questo corso e non ne parleremo (in realtà non saprei bene cosa dire: ci vorrebbe uno psicologo dell'età evolutiva o di qualcos'altro).
  • Se però dal contesto dovessero emergere motivazioni geografico-astronomiche, proporrei di assecondarle, anche per introdurre i primi elementi di quanto sarà fatto in seguito.

  • Dopo le operazioni preliminari che potrebbero essere:
  • discussione generica sulla montagna
  • scelta della montagna (con relativa discussione su eventuali motivazioni)
  • possibile attribuzione del nome. Ma questo potrebbe avvenire anche successivamente e senza che accada nulla di particolare ad innescare il processo di attribuzione.
  • e prima di procedere alla descrizione del monte, credo sia importante sottolineare la posizione geografica, la forma, le dimensioni. Questi aspetti sono raggruppati nella
    scheda 1.

    Posizione geografica

    Definire la posizione geografica di un oggetto significa trovare un sistema di riferimento rispetto al quale l'oggetto risulti "fisso", cioè tale che le sue coordinate siano univocamente determinate e costanti nel tempo, nel caso in cui l'oggetto sia fermo. Diremo, ad esempio, che Bolzano ha come coordinate una latitudine di 46º31'N e una longitudine di 11º30'E e intenderemo che [
    (figura 1-1)] l'angolo al centro tra il parallelo di riferimento (l'equatore) e il parallelo che passa per Bolzano, misurato lungo il meridiano di Bolzano, vale 46º31' e si trova tutto nell'emisfero nord; intenderemo inoltre che l'angolo al centro tra il meridiano di riferimento (quello di Greenwich) e il meridiano di Bolzano, misurato lungo l'equatore, vale 11º30' e che Bolzano si trova ad Est di Greenwich.
    Il reticolo di paralleli e meridiani (le ascisse e le ordinate, rispettivamente) si "adagia" sulla superficie terrestre e quindi è un reticolo curvo in cui si misurano, a rigore, archi di cerchio e angoli sottesi da questi archi.
    Per poter trasferire questo insieme "curvo" su una carta - cioè su un piano - è necessario studiare metodi geometrici e matematici che permettano di fare questo con il minor numero di errori possibile. L'insieme dei metodi utilizzati per "proiettare" una sfera su un piano si chiama Cartografia (vedere anche un articolo sulla proiezione di Peters e i suoi aspetti socio-politici e la foto di una carta).

    Cenni storici sulla Cartografia si possono trovare in questa pagina o in questa o anche a questa voce di Wikipedia (in inglese).


    Vedere l'uda sulle proiezioni e la scheda 2-3.

    La rappresentazione della superficie terrestre

    Voi conoscete già la cartografia e le proiezioni cartografiche, cioè il modo di rappresentare la superficie curva della Terra su un piano (un foglio). Sapete quindi che non è possibile "stendere" una superficie sferica su un piano senza commettere errori e mantenendo invariate tutte le grandezze "curve" dopo il trasferimento.
    Esistono diversi tipi di proiezione, ognuna delle quali è più adatta a conservare invariata una grandezza (lunghezza; area; angoli, ecc.).

    Le proiezioni possono essere pure o modificate: le prime proiettano il reticolato di meridiani e paralleli su un certo piano che può essere tangente o secante allo sferoide terrestre; oppure su un cono o un cilindro che poi si sviluppa in piano. Le seconde apportano tutta una serie di correzioni con lo scopo di diminuire (al limite, eliminare) le deformazioni. A quest'ultimo tipo appartiene la proiezione di Tolomeo (conica equidistante), la cui modifica è tale da conservare inalterate le distanze, non solo lungo il parallelo di tangenza ma anche lungo tutti i meridiani.

    Le tecniche moderne non usano più la costruzione geometrica ma la modellazione matematica, troppo complessa per essere trattata nel nostro ambito. In ogni caso possiamo dire che il moderno cartografo utilizza i GIS (Geographical Information Systems), dei quali un esempio si può vedere nel sito della Provincia di Bolzano oppure in un'applicazione all'archeologia, in questo sito dell' Università di Siena.

    Una piccola area, diciamo 15 km di diametro, si può considerare una superficie piana, nel senso che la superficie terrestre può essere approssimata da un piano senza commettere errori significativi. Un'area come questa non costituisce più oggetto della cartografia ma della Topografia, cioè della scienza che provvede alla descrizione del territorio.

    Su questa superficie si misurano le lunghezze di segmenti di retta e quindi, normalmente, noi tratteremo sistemi di riferimento piani (a 2 o a 3 dimensioni).

    Se ci riferiamo all'ambiente della scuola dell'infanzia, la parola "topografia" si può tradurre nell'identificazione della posizione della scuola, rispetto a diverse situazioni logistiche che potrebbero essere, a puro titolo di esempio (v. anche scheda 2-1):

    1. Scuola in mezzo a palazzi e bimbi che in maggioranza vengono a piedi (abitano nei dintorni).
    2. Scuola in mezzo ai palazzi; bimbi che in maggioranza vengono da lontano, in macchina.
    3. Scuola (semi-)isolata; bimbi che vengono da lontano.
    Nei limiti del possibile l'identificazione della posizione della scuola rispetto a riferimenti del territorio, potrebbe (dovrebbe?) essere fatta seguendo un modello astratto, come una mappa che riporti gli elementi salienti - anche non in scala - in una vista dall'alto. Il livello di astrazione dipenderà dall'insegnante (cioè dai bambini e dalla quantità di lavoro che si vuole fare su un simile argomento).
    L'immagine mostrata nella foto è un momento importante di connessione con la realtà e può rappresentare un primo passo verso l'astrazione sotto forma, ad esempio, di proiezione su carta dell'ambientazione tridimensionale. Sulla base di esperienze didattiche o forse anche basandosi su concetti teorici, risulta più semplice per i bambini la sequenza
    Osservazione del territorio --> Plastico (3D)--> Mappa 2D (pianta)
    piuttosto che la sequenza
    Osservazione del territorio --> Mappa 2D (pianta) --> Plastico (3D)

    Non ho motivi per credere il contrario, ma propongo una delle esperienze del progetto Ambinfanzia, in cui si passa dalla visita al territorio alla pianta, senza introdurre il plastico (3D) come intermediario nel processo di astrazione.
    Come è ben noto, all'interno della scuola potremo costruire un sistema di riferimento piano, utilizzando gli spigoli di una stanza, come nella figura a lato. Rispetto a questo sistema potremo riferire tutti gli oggetti e le persone presenti nella stanza. Gli elementi del paesaggio all'esterno sono in posizione troppo complessa per definire le loro coordinate rispetto agli spigoli di una stanza (valori negativi delle coordinate, difficoltà a misurare l'altezza ...) e, ovviamente, non si pensa neppure lontanamente a far utilizzare ai bimbi un simile sistema di coordinate per l'esterno.
    Tutto questo non toglie, però, la necessità che i bambini acquisiscano il senso della loro posizione e della posizione di oggetti vicini e lontani rispetto ad un qualche sistema di riferimento.
    Credo quindi che l'insegnante dovrebbe allenare gli alunni a verificare la visibilità di particolari paesaggi (o, in ogni caso, di oggetti esterni) in certe posizioni e non in altre: ad esempio, da una finestra e non da un'altra; oppure da angolazioni diverse, se ci si trova davanti alla stessa finestra. Ancora, si potrebbe verificare se il bambino è in grado di dire dove si trova la montagna (o un altro riferimento di cui si sia già parlato), in ore diverse del giorno e con luce diversa (durante un temporale o una nevicata, ad esempio).
    L'abitudine a conoscere in ogni situazione (o quasi) la propria posizione è evidenziata, specularmente, dalla capacità di trovare, da (quasi) tutti gli ambienti della scuola, la montagna.
    Nella scheda 2 ho schematizzato alcune possibili situazioni che la maestra potrebbe sottolineare ai bambini tramite un cartellone che mostri da "quale finestra" si può vedere la montagna, magari coprendo con una grande "X" rossa i quadri che mostrano situazioni non realizzate [se il monte si vede dalla stanza dei lettini si sbarra con la "X" il quadro che mostra la stanza dei giochi]. Nel quarto riquadro della scheda sono ricordati gli argomenti iniziali di una possibile discussione.

    Proposta di progetto o unità di apprendimento (laboratorio): divisi in gruppi di 3-4 persone, criticate questo schema. Voi cosa fareste per rimarcare il concetto di posizione? Preparate schemi di cartelloni o qualsiasi altro strumento riteniate utile.
    Usereste oggetti più lontani (catena di monti all'orizzonte, oggetti astronomici come Sole e Luna)? Oppure oggetti più vicini (arbusti del giardino, scaffali della scuola, pali della luce o tralicci)? Preferireste utilizzare un solo oggetto per tutti i bambini o assegnereste un oggetto diverso ad ogni bambino? Vorreste cioè privilegiare una conoscenza comune o personalizzata?

    Forma della montagna

    A questo punto siamo in grado di localizzare la montagna (più o meno ... il tempo migliorerà questa capacità) da ogni punto della scuola. Sappiamo, quindi, calcolare le sue coordinate anche in un sistema di riferimento in moto (il bambino si muove) rispetto a quello fisso del monte. Ogni tanto "buttiamo un occhio" alla nostra amica, giusto per vedere se è sempre là, e la riconosciamo in mezzo alle altre montagne. La identifichiamo certo dalla posizione, ma anche dalla forma. È bene quindi argomentare con i bambini per mettere in evidenza le forme e le distinzioni tra esse, come pure i criteri con cui classificarle. Un primo schema di classificazione può essere "a punta-arrotondata" (se fossimo in città forse bisognerebbe usare una casistica più ricca fin dall'inizio): la nostra montagna sarà diversa -diciamo più a punta- dalle altre e dovremo capire quali sono le sue caratteristiche e come si fa a dire che i monti vicini sono, ad esempio, più arrotondati.

    In termini più tecnici potremmo dire che i monti di forma più arrotondata hanno un "raggio di curvatura" maggiore o, il che è la stessa cosa, un rapporto base/altezza (b/h in figura) più grande.


    È pleonastico dire che per misurare l'acutezza o l'arrotondamento si userà, in sezione, il confronto con oggetti noti o facilmente osservabili. Un semplice schema per questo confronto è riportato nella
    scheda 3, dove il confronto viene fatto, nel caso di una montagna a punta, con un abete e con un gelato industriale. Questi gelati generalmente sono forniti da apparecchi (Carpigiani) dai quali si ottiene un gelato "a punta". Per il confronto si può usare questa "punta", anche in rapporto al gelato artigianale che in genere ha forma più arrotondata. Si possono evidentemente usare oggetti diversi da quelli elencati: ad esempio un cappello da fata e un cappello da base-ball che potrebbero far parte della preparazione al carnevale, se il periodo fosse adatto.

    Può derivarne una discussione sul gelato e sui gusti preferiti; su come è fatto il gelato; sulla "collocazione geografica" (nel senso di "posizionamento") dei gelatai vicini alla casa dei bambini o alla scuola.

    In alcune situazioni, tipo presenza di vaste e durature perturbazioni atmosferiche, nebbia persistente o addirittura impalcature protette da fogli di plastica opaca, non sarà possibile vedere il monte o la sua parte superiore e quindi non sarà possibile definirne la forma: questa impossibilità ad ottenere l'informazione desiderata può essere vista come un momento di ulteriore apprendimento, da sfruttare appena se ne presenti l'occasione.

  • Se la copertura nuvolosa non è eccessiva, si può inventare il gioco dell'"indovina la forma", utilizzando l'estrapolazione del profilo visibile (scheda 3, quadro 4) o il confronto con oggetti a disposizione (palla, mela, i "tetti" del gioco delle costruzioni,...) così da immaginare e registrare, nel caso del confronto con oggetti, la forma vera della montagna. Alla prima occasione utile si potranno richiamare alla mente gli oggetti utilizzati e "verificare" il modello con la realtà. Nella scheda 3 l'arancio ha proporzioni inusitate rispetto alla montagna perché dobbiamo immaginare che il bambino lo tenga vicino (o relativamente vicino, a distanza di braccio) all'occhio.
    Nelle foto successive viene riportato un esempio realizzato da adulti. Viene mostrata la prima foto e si chiede di tracciare il profilo del monte che è coperto dalle nuvole. La seconda foto è il risultato realizzato da 6 persone (il tratto molto distante dagli altri è una prova). La terza foto mostra il profilo sgombro da nuvole (la scala è un po' differente, per cause di forza maggiore). Cliccare sulle foto per vederle ingrandite.

    La forma piatta della montagna non si presta molto bene all'esperimento, anche se è ben nota ai "disegnatori". Sicuramente non è adatta ad essere usata con i bimbi, per i quali si userà un'immagine o un disegno da cui sarà possibile estrapolare il profilo nascosto dalle nubi.
    Un esempio più adatto è riportato nella pagina che mostra una foto ingrandita di un monte a nord di Bressanone, verso il Brennero.

    Nell'ambito della discussione sulla montagna può essere introdotta anche una raccolta di "cose della montagna": foto, oggetti, piccoli animali (imbalsamati, ma sarebbe meglio in fotografia!), vestiario (anche quello "vecchio" dei nonni; eventualmente solo le foto dei pezzi più ingombranti), che i bambini potrebbero portare da casa e che le maestre potrebbero far organizzare in qualche forma ai bimbi. Una bacheca e/o un tabellone, preparati coinvolgendo la classe (o diversi piccoli gruppi?).

    Dimensioni della montagna

    Come ultimo passaggio nel processo di conoscenza del mondo che lo circonda, il bambino potrà (dovrà) valutare l'altezza della sua montagna, rispetto a quelle vicine e rispetto ad oggetti vicini e più familiari (casa, campanile, bordo superiore di una finestra dell'asilo,...). In realtà le dimensioni comprendono non solo l'altezza ma anche la larghezza; per ora vedremo solo la prima di queste dimensioni.
    Sarà necessario fare una o più serie di valutazioni sull'altezza della montagna, del tipo:
      ==> È più alta (più bassa, uguale) della montagna di fianco?
      ==> È più alta (più bassa, uguale) della collina vicina (vicina a noi)?
      ==> È più alta del campanile?
    Alla prima occasione ci si può avvicinare al campanile chiedendo: come si fa a dire che il campanile è più alto? risposta possibile: bisogna tirare indietro la testa di più che con la montagna. Ma se torniamo a scuola, vediamo il campanile più basso di pochi minuti prima. perché? perché è più lontano.
    Conclusione:
    Se valutiamo l'altezza degli oggetti confrontandone uno con un altro, dobbiamo essere ragionevolmente sicuri che questi oggetti siano alla stessa distanza. Allora, la siepe dietro alla quale siamo seduti non è più alta dell'abete in giardino: è solo che noi siamo più vicini alla siepe che all'abete.

    Nella scheda 4 viene descritta schematicamente sia la sensazione di altezza, dalla misura di quanto bisogna gettare indietro la testa per guardare il bordo superiore dell'oggetto, sia, nel quarto quadro, l'effetto prospettico della vicinanza e della lontananza. Quest'ultimo effetto potrebbe essere difficile da comprendere e soprattutto da "maneggiare" con sicurezza: se è questo il caso, sarà necessario un lungo addestramento con oggetti e persone diversi.
    Per il solo confronto tra altezze diverse si possono usare montagne alla stessa distanza (più o meno), eventualmente vicine alla "montagna Giuseppina".

    Proposte di progetto:
  • Nell'ambito della geografia, è possibile utilizzare oggetti diversi dai monti (ad es.: cascata lontana e albero vicino)? In questo caso si potrebbero misurare le lunghezze, non le altezze; e sarebbe un confronto più problematico perché le lunghezze richiedono due misure, mentre le altezze ne richiedono una soltanto.
  • È più facilmente comprensibile il fenomeno prospettico se si usano oggetti vicini, che è possibile toccare? Ma l'effetto prospettico è minore e quindi è più difficile mostrarlo.
  • Descrizione della montagna

    Una volta collocato correttamente il nostro oggetto di studio, possiamo procedere alla descrizione dei suoi vari aspetti.
    Alcuni di questi aspetti sono evidenti a tutti e sicuramente saranno sottolineati dagli stessi bambini durante una discussione, la più libera possibile: il colore dovuto a prati e foreste se verde o alle rocce se dei colori relativi o alla neve in inverno; la presenza di manufatti umani quali dighe, funivie, campeggi, baite; gli animali domestici (mucche, capre) e selvaggi (scoiattoli, marmotte, stambecchi).
    I bambini a cui ci rivolgiamo sono forse troppo piccoli, ma se qualcuno ha già fatto escursioni in montagna dovrebbe essere stimolato a parlarne e a raccontare ciò che gli è rimasto più impresso. Questo potrebbe innescare la fantasia dei compagni e indurli a partecipare alla discussione.
    A proposito di stimolare la fantasia, prima, durante e dopo queste discussioni potrebbe essere molto produttivo narrare una fiaba, una leggenda o anche una storia inventata all'istante, legata alla montagna o a qualche suo aspetto particolare e congruente con l'argomento della conversazione.

    Esempio: se si parla dei prati, si può introdurre una famiglia di marmotte con tre o quattro figli (marmottine) che escono dal letargo (cos'è il letargo? Quando inizia e termina? Cosa si mangia durante il letargo? ...) quando l'erba è tenera e adatta alle capriole. Le marmottine (che possono anche avere un nome) si divertono a fare la lotta tra loro, a fare gare di corsa e a giocare alle cacciatrici, mentre i genitori si alternano alla caccia e alla protezione dei giovani.
    ... E vissero tutti felici e contenti, in attesa dell'inverno e del nuovo letargo.

    C'è l'occasione di una passeggiata in montagna o anche in un giardino pubblico? Se sì, si possono raccogliere fili d'erba e foglie per un cartellone da commentare a voce o scrivendo quello che i bimbi dicono (foglie marroni e verdi: quando cambiano colore e perché. Quali sono morte e quali vive. Le foglie dell'erba sono diverse una dall'altra: come se fossero figli di famiglie diverse. Sono troppo piccoli per questo?).

    Il cartellone è occasione per parlare di ecologia: quanto è più bello il prato di montagna rispetto ai giardini "più poveri" delle città, dove c'è inquinamento, auto, fabbriche, ecc.; e come bisogna non rovinare o distruggere l'ambiente in modo gratuito. Questo concetto può essere semplificato utilizzando l'osservazione di piccoli animali (formiche, ragni, lucertole, ...) senza intervenire dall'esterno e senza distruggere formicai e ragnatele.
    ... Nella speranza, a volte vana, che le insegnanti non mostrino - o non abbiano - atteggiamenti di paura o di repulsione nei confronti dei piccoli animali: un solo esempio vale più di mille parole e i bimbi capirebbero all'istante che quelli sono esseri di cui avere paura, da rigettare, da distruggere ...

    La scheda 5 e la scheda 6 sintetizzano, in modo certamente troppo complesso, la situazione dopo una gita durante la quale viene raccolto materiale. Forse questo disegno rappresenta meglio la situazione di raccolta del materiale.

    Facciamo un passo indietro: dopo la discussione sarà in ogni caso necessario che i bimbi imparino (o che, almeno, dedichino un congruo tempo) a raccontare cosa vedono sulla montagna o, in generale, nell'ambiente scelto e in quale caratteristiche la "loro" montagna si differenzia dalle altre. Avendo già visto la forma e l'altezza, ci si potrà concentrare sul "contenuto", contenuto che si può sintetizzare come nella seguente tabella 1.

    Tabella 1

    Argomenti schematici di descrizione
    COLORE
    Verde
    Marrone
    Rosso
    Bianco
    Alberi, Erba
    Rocce, Erba secca
    Rocce, Fiori?
    Neve, Ghiaccio
    VEGETAZIONE
    Alberi
    Erba
    Fino a quale altezza?
    Mucche, Latte
    MANUFATTI
    (si sovrappongono al 
    territorio)
    Paesi
    Case isolate
    Impianti sportivi
    Antenne
    Cave
    Come si vive (storie famiglia)
    Baite, Pastori
    Divertimento, sci
    TV, Telefoni (sorvolare)
    A cosa servono? Ecologia
    COLTIVAZIONI
    (curano il territorio)
    Uva
    Mele
    Orti
    Altro?
    Vino 
    Frutta, strudel (storie)
    Ortaggi vari (verdura fa bene)
    Descrivere brevemente


    Nell'ambito della descrizione dei manufatti, si può organizzare un'uscita della classe durante la quale una delle maestre precede i bambini e "nasconde" lungo il percorso oggetti non naturali, come tappi di sughero o di plastica; lattine, grosse viti, piccole scatole di cartone, sacchetti di confetti, ecc. Ai bimbi viene poi chiesto di "contare" (sono troppo piccoli per contare, ma potrebbero registrare a voce e le maestre tenere il conto) quanti oggetti innaturali o artificiali vedono. Se fosse il caso, ma dipende dall'età, i bimbi potrebbero dire anche il nome dell'oggetto.
  • Una variante potrebbe essere quella di far raccogliere gli oggetti estranei ai bambini, per poi discuterne in classe al rientro.


  • Tra i contenuti "non materiali" della montagna possiamo annoverare i suoni. Durante una passeggiata è possibile far ascoltare ai bambini (e forse registrarli) i suoni della montagna; da quelli naturali come scorrere o scrosciare di acqua, vento che fischia o sibila tra i rami degli alberi, stormire di fronde, rotolamento di sassi, caduta di pigne, a quelli prodotti dall'uomo, come passaggio di veicoli, sirene in lontananza, macchine agricole al lavoro, richiami tra persone, martellamenti, uso di trapani elettrici, ecc..
    Al ritorno in sezione, dopo una discussione guidata su quanto si è ascoltato e sulle cause che potrebbero aver prodotto i singoli suoni, si potrebbe discutere se è possibile riprodurre i suoni ascoltati, e con quali materiali. Dopo il reperimento dei materiali si potranno riprodurre i suoni ascoltati e confrontarli con il ricordo o con la registrazione. (v. ad esempio un progetto educativo ( Ambinfanzia) in un ambiente naturale diverso.

    Propongo uno schema logico (scheda 6-1) per la discussione con i bambini, in questo caso riferito alla identificazione della montagna Giuseppina. Faccio notare che, in quanto schema, è applicabile ad altre situazioni.

    L'orto

    I bambini del tempo attuale avranno fin troppa dimestichezza con situazioni in cui quasi tutto è evanescente, "virtuale", etereo o, in breve, con situazioni in cui il contatto con il mondo avverrà tramite una tastiera (computer, telefono, bancomat). Come contraltare, la capacità di utilizzare con naturalezza strumenti come la vanga, il martello, la sega, la scala a pioli, ma anche nastro e carta da pacchi, ferri da calza, pulitura di pesci e verdure, mattarello, tenderà a diminuire (in particolare per i bambini di città, ma anche per quelli che vivono nei paesi più grandi), con gravi limitazioni alla possibilità di comprendere una parte importante del mondo e di porsi correttamente rispetto alla natura.

    La scuola dell'infanzia è, quasi per definizione, il luogo dove la manualità viene praticata con maggiore continuità: l'abitudine a toccare le cose per appropriarsi delle loro caratteristiche e per confrontarle, tende a diminuire ma è ancora molto forte.
    La "costruzione" dell'orto è un modo importante per sviluppare la manualità, per permettere ai bimbi di "pasticciare" con la terra (la plastilina va bene ugualmente, ma è troppo asettica) e con gli animali - lombrichi, ragni, formiche - che vi si trovano.
    Dal punto di vista della geografia umana - e quindi del rapporto uomo-ambiente - è importante che vedano come la coltivazione fornisce risultati migliori rispetto allo sviluppo spontaneo, ma a prezzo di molta fatica (dissodamento e pulitura del terreno; fornitura di acqua e concime; scelta dell'illuminazione solare, ecc.) e che imparino che le carote non crescono nelle cassette del fruttivendolo o, peggio ancora, sui banchi del supermercato.


    Quali verdure utilizzare per l'orto? Dipenderà dalla disponibilità di semi, dalla posizione dell'orto, dalla facilità di vedere i risultati, dal clima locale: in ogni caso penso che la cosa più importante sia che i bimbi mangino, alla fine del ciclo dell'orto, gli ortaggi e le verdure che hanno coltivato e seguito per lungo tempo. I rimpianti per non averlo potuto fare sono duraturi, anche se sepolti sotto la scorza dell'adulto.

    Nel periodo più freddo si potrà attuare una specie di preparazione all'orto vero in terra.
    Il classico esempio dei fagioli fatti germogliare nel batuffolo di cotone può servire, non tanto e non solo per sottolineare gli aspetti botanici (le giovani foglie, le radici, il cotiledone ...), che pure possono essere illustrati (v. ad esempio questo
    progetto Ambinfanzia sui semi), quanto per mostrare le diverse situazioni dei terreni in cui le piante sono in grado di svilupparsi e quindi qual'è la loro capacità di colonizzare ambienti diversi (nel nostro caso, per confronto, questi ambienti potrebbero essere: cotone, terra, marmo, carta, ...). Questa capacità pone le basi per successive colonizzazioni, ad opera di piante superiori e animali.
    Da qui l'importanza della preventiva colonizzazione delle piante per un fruttuoso insediamento umano successivo alla colonizzazione del mondo vegetale. È anche il caso di far notare che le piante utilizzano l'anidride carbonica nel ciclo della clorofilla e producono ossigeno ("mangiano" lo scarico delle automobili e ci regalano ossigeno - l'aria - che a noi serve per respirare. Anche per questo dobbiamo rispettare e trattare bene le piante).

    Si può semplificare la situazione con un racconto, una favola - possibilmente anche drammatizzata -, su due cavalieri che vanno uno nel deserto e l'altro in una zona ricca di vegetazione. Il primo muore in breve tempo insieme al cavallo; il secondo trova acqua e animali da cacciare, mangia ortaggi e frutti, insieme al suo cavallo, si scalda e cuoce il cibo bruciando legna, costruisce ripari e capanne: in una frase, vive bene grazie alle piante. Il racconto è schematizzato nella scheda 7 che sicuramente può essere disegnata meglio.

    L'ambiente umano

    Dalla favola dei cavalieri si deduce che l'uomo ha colonizzato le aree più ricche di vegetazione (insieme agli animali), dove poteva avere una migliore qualità della vita fin dall'inizio. Ovviamente la ricchezza di vegetazione implica maggiore quantità di acqua e sua distribuzione più uniforme, nel tempo e nello spazio; varietà di frutta e verdura commestibili e varietà di animali da cui trarre proteine nobili: in più questi animali, trovandosi a loro volta in un ambiente ricco e sano, possono produrre carne di migliore qualità. Questo aspetto della domesticazione delle piante e degli animali richiede un inquadramento più accurato, anche se fatto per grandi linee, come nella
    scheda 7-1.
    Per questo motivo troviamo i primi nuclei di organizzazione umana in terre con abbondanza d'acqua, ad esempio in Mesopotamia (scheda 8). Ci stiamo riferendo appunto a società umane organizzate, nate 5-6 mila anni prima di Cristo. Branchi di ominidi bipedi, a vari stadi di evoluzione e probabilmente con una proto-organizzazione adatta a cacciare con più efficacia, erano presenti, ad esempio nell'Africa centro-orientale, da molto, molto tempo prima (2-3-4 milioni di anni) come Lucy.
    Migrazioni dovute a guerre, ricerca di territori migliori, carestie, calamità improvvise o mutamenti climatici (periodi glaciali e periodi interglaciali) hanno generato, nei secoli o nei millenni, la colonizzazione non solo dei territori climaticamente migliori ma anche di quei luoghi dove i vantaggi potevano essere di altro genere, tipo abbondanza di risorse alimentari animali, concorrenza (google-earth, Google Maps, un po' di storia, 2, 3, 4) di altri popoli minore o assente - si pensi agli abitanti delle zone artiche, dai Lapponi (meglio usare il termine Sami o Saami che significa "il popolo degli uomini") agli Inuit del Canada, agli Inupiaq del nord dell'Alaska o agli abitanti delle zone desertiche, come i Tuareg del Sahara.

    L'uomo, per sua natura, costruisce strumenti e manufatti in grado di rendere migliore la sua esistenza. In parole povere modifica l'ambiente circostante e lo adatta alle sue esigenze. Questo viene fatto in vari modi e con diversi livelli di intensità: da un lato possiamo ricordare l'uso di blocchi di neve pressata (non di ghiaccio, durissimo anche solo da scalfire!) per la costruzione dell'igloo - fino a 50-60 anni fa casa da caccia invernale degli Inuit - o la costruzione di utensili di osso (coltelli, raschietti (2) (3) (4) per il grasso, aghi (2) ...) e dall'altro palazzi, dighe, centrali elettriche a carbone e nucleari, camion, armi da fuoco, navi, aerei.
    Indipendentemente da ogni giudizio morale, è evidente che il secondo tipo di interazione con l'ambiente è sì distruttivo per l'ambiente stesso, ma è particolarmente adatto all'umano desiderio di dominare la natura e all'umana capacità di imparare dalle precedenti esperienza proprie e altrui; da questo risulta un tipo di sviluppo accelerato, in cui le evoluzioni successive di uno strumento qualsiasi si susseguono a ritmi ormai frenetici [è quasi una leggenda metropolitana quella che afferma che acquistare il più sofisticato personal computer o telefono cellulare sul mercato significa portare a casa uno strumento già vecchio].

    Bisogna considerare che uno sviluppo tecnologico tanto tumultuoso quanto quello che stiamo vivendo, non può esistere se non è sostenuto dal "comune sentire" della grande maggioranza delle popolazioni che lo adottano. È quasi implicito che un tale sviluppo si appoggia sulla "pelle" dei popoli che non lo adottano o che sono in procinto di adottarlo, ma ancora in fase arretrata.

    Perché si procede a tappe forzate verso uno sviluppo tanto forte?

    I motivi sono molti, ma alcuni possono essere sottolineati dalla tabella, relativa all'Italia e con confronto con i paesi in via di sviluppo, presa dalla banca dati della Banca Mondiale (della quale è possibile visitare il sito).
    Si può anche osservare una tabella di confronto tra Nigeria e Francia che conferma i dati precedenti.

    Ancora, si può visitare un sito demografico nel quale sono mostrate le piramidi della popolazione (piramidi del sesso e dell'età) per tutti i paesi del mondo.

    L'argomento della nascita dell'uomo come essere praticamente senza difese e la sua lunga battaglia contro i concorrenti e gli aggressori - animali e vegetali - è troppo complesso per essere trattato in poche righe (e da un astronomo).
    In questo momento, e per i nostri fini, è più interessante cercare di capire come mostrare ai bambini (magari ai più grandi) i due tipi di sviluppo: uno più "ecologico", che produce materiali biodegradabili e l'altro più "tecnologico" che produce deturpazioni perenni di ecosistemi e addirittura la loro scomparsa su ampie aree della Terra in cambio della semplificazione, spinta al limite massimo, della vita umana.

    Operativamente, si può agire in vari modi. Ne propongo uno che si articola in diverse tipologie di costruzione e che dovrebbe, nei limiti del possibile e dell'età, far notare ai bambini i diversi gradi di "manipolazione-modifica" dei materiali, in rapporto alla resistenza dei manufatti (case). Farei anche notare la biodegradabilità - riciclabilità dei singoli materiali, come nella scheda 10 e nella scheda 10-1. Metterei in evidenza anche la quantità di energia (... la fatica...) necessaria a produrli.

    L'uomo è un animale sociale. Questo significa che da sempre si è riunito in comunità (branchi) alle quali ha contribuito, come singolo individuo, con le sue varie capacità individuali, per una più efficiente divisione del lavoro. In cambio ha ricevuto dal branco soluzioni a problemi che non sarebbe stato in grado di risolvere da solo, come sicurezza, maggiore certezza di nutrimento, maggiore facilità a riprodursi.

    L'evolversi dell'uomo, anche nei climi e nelle condizioni più diverse - dalle più facili alle più difficili - non ha modificato il desiderio e la necessità di raggrupparsi in comunità, grandi e piccole, che esprimevano interessi e modi di sentire comuni. La costruzione di alloggi familiari privati o riservati ha condotto alla nascita di villaggi e poi di città sempre più grandi e più invasive rispetto al territorio.

    Ma per migliaia di anni gli insediamenti rimasero autentici villaggi, piccoli e di dimensioni simili, popolati da famiglie con proprietà e status equivalenti, evidentemente non sottoposti ad autorità statali, privi di edifici pubblici e officine. Le società egalitarie furono in essere a lungo, dopo l'introduzione dell'agricoltura. Si è piuttosto sicuri che questa era la situazione nella Mezzaluna Fertile e nelle aree dove si erano diffuse le innovazioni agricole.
    Nel sud-ovest dell'Asia (Mesopotamia) le cose cominciarono a cambiare attorno al 6000 a.c., quando le società agrarie divennero sempre più complesse grazie all'irrigazione e alla coltivazione su scala sempre maggiore. Ci sono prove della comparsa delle disuguaglianze sociali: la dimensione delle case comincia a variare; certi hanno più di altri e vengono sepolti con i beni più preziosi; aumenta la specializzazione; appaiono gli edifici del potere e i laboratori; il villaggio si diversifica sempre più.

    Il periodo tra il 7000 e il 5000 a.c. si chiama epoca formativa sia per lo sviluppo degli Stati che per l'urbanesimo (i due fenomeni andavano di pari passo) nell'Asia sud-occidentale. Poco dopo il 6000 a.c. nel basso bacino del Tigri-Eufrate si era formato un grande stato con alcune città, tra le quali Uruk. Con la presenza di edifici sacri e pubblici, caserme, laboratori ed edifici privati di varie dimensioni, la società egalitaria era diventata la società stratificata e la città era diventata il fulcro della civiltà.

    Perché le città diventano sempre più grandi? Non esiste una spiegazione univoca e inconfutabile del perché dal villaggio nasce la città, ma sicuramente si può dire che:
  • In certi periodi, in particolare nella fase iniziale della loro esistenza, attorno al 6000-5000 a.C., le città sono state formidabili luoghi di accentramento del potere -economico, militare, religioso, politico- tali da condizionare i territori circostanti.
  • In altri periodi hanno costituito un valido baluardo contro invasori e pirati. Infatti erano in grado di difendere gli abitanti di un certo territorio, sia per la presenza di difese "passive" (mura, castelli ...), sia per il grande numero di difensori (cioè i cittadini) presenti in ogni momento.
  • In altri periodi ancora - ad esempio quello attuale - hanno costituito (costituiscono) un luogo ristretto dove esiste un grande numero di servizi - anche di non frequente utilizzo - e maggiori possibilità di lavoro e di conoscenza e frequentazione reciproca.

  • In realtà, particolarmente nelle grandi città e metropoli del nostro tempo, solitudine e vita alienante sono frequenti. Queste ultime situazioni, unitamente ai problemi di inquinamento da traffico e da residui industriali, e di criminalità, portano una fetta di abitanti, sempre meno trascurabile, fuori dalle città, ad occupare vasti spazi - sono costruite villette singole o a schiera basse e non palazzoni - di terreno agricolo, anche di buona qualità. E le case lasciate in città non vengono abbattute per fare spazio all'agricoltura o al verde pubblico.

    In ogni caso, e qualunque sia la loro situazione, gli uomini si costruiscono attorno una cerchia (in genere piccola) di amici e una (in genere più grande) di conoscenti insieme ai quali apprendono, confrontano conoscenze, affinano le capacità sociali, realizzando così una "rete di protezione" alla quale rivolgersi nei momenti più diversi (di gioia o di dolore).
    La capacità di intessere relazioni tra individui nasce e si sviluppa fin dai primi anni di vita, soprattutto a partire dall'ambito familiare; per i bimbi che frequentano la scuola dell'infanzia, quest'ultima diventa un importante, ulteriore stimolo per la costruzione di rapporti interpersonali. È quindi essenziale sviluppare lo scambio di idee - la difesa delle proprie idee e l'accettazione di quelle degli altri dopo attenta analisi.
    Questo aspetto viene sicuramente affrontato in altri corsi in modo più approfondito e per questo non mi dilungherò oltre.

    bambini visibili e bambini invisibili
    Voglio solo sottolineare che, per far emergere le capacità di relazione, è importante valutare attentatamente, nell'ambito della classe, la presenza di bambini visibili e bambini invisibili [v., ad esempio: L. Dozza e I. Loiodice: 0-6 anni. Manuale di didattica, Laterza ed., 1994, pagg. 209 e segg.).
    I primi sono molto attenti e presenti nelle discussioni, intervengono su tutto, alimentano le conversazioni: in breve, facilitano il lavoro dell'insegnante nel riempire una giornata di lavoro.
    I bambini invisibili, invece, non prendono posizione, si rinchiudono in se stessi, sembrano disinteressarsi della discussione del momento e sembrano non avere idee su nessun argomento; il lavoro dell'insegnante sembra sbattere su un muro di gomma e rimbalzare indietro. Lavorare con l'intera classe, cosa assolutamente necessaria, può avere per questi bambini "invisibili" l'effetto di spingerli ancora di più nel loro isolamento.
    Non spetta certo a me dare ricette per risolvere il problema, ma vorrei suggerire l'utilizzo di piccoli gruppi (3-5 bambini) in alcune attività di "ricerca" e discussione (più alto, più basso, più vicino, più lontano, perché si vede da una stanza e non dall'altra, ecc.) con lo scopo, sia di far apprendere meglio che di far valutare positivamente le idee e le convinzioni dei bambini invisibili.


    Schede
    Scheda 0
    Scheda 1
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    Scheda 2
    Scheda 2-1
    Scheda 3
    Scheda 4
    Scheda 5
    Scheda 6
    Tabella 1
    Scheda 7
    Scheda 7-1
    Scheda 8
    Scheda 9
    Scheda 10
    Scheda 10-1
    Cartografia
    (Storia)
    Cartografia
    antica e moderna
    Rondelli- Mappe (pdf)

    Immagini
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    Ultimo aggiornamento: 1.3.13